Severino Boezio

Questa pagina è una sintesi manualistica dedicata alla figura di  Severino Boezio. Essendo manualistico è uno scritto che a molti può apparire un po’ freddo.

Nelle prossime settimane cercherò di pubblicare un mio commento a un’opera di Boezio, La consolazione della filosofia, che Boezio ha scritto in carcere dopo la sua condanna a morte. Come commento personale sarà, almeno nelle mie intenzioni, meno scolastico e più orientato al vissuto di Boezio.

 

 

Boezio imprigionato in una edizione del 1385 della Consolazione della Filosofia
Boezio imprigionato in una edizione del 1385 della Consolazione della Filosofia

Boezio traduttore: il recupero della cultura antica

Tra la morte di Agostino di Ippona e la nascita di Severino Boezio (480-525ca.) intercorrono pochi decenni, ma la linea della storia li separa piuttosto nettamente. Se Agostino può essere considerato un pensatore dell’epoca tardoantica, si può considerare Boezio come un pensatore medievale.

Boezio considera la grande tradizione filosofica dell’età classica, unica e irripetibile, definitivamente conclusa e irrimediabilmente perduta. Il susseguirsi di guerre ed invasioni avevano determinato la progressiva scomparsa della maggior parte dei testi della cultura antica, ma anche di quegli uomini in grado di continuarne la tradizione. Boezio, esponente di spicco dell’ambiente senatorio romano, considerandosi custode di quella cultura, si propone di recuperare i manoscritti, tradurli e di metterli a disposizione degli uomini del suo tempo.

Il progetto di recupero concepito da Boezio aveva carattere enciclopedico, ma egli riuscì solo in piccola parte a portare a termine del suo piano. Il criterio della parte di progetto che egli riuscì a realizzare si ispira alla settuplice via alla sapienza, cioè alle arti liberali , le arti del trivio (grammatica, retorica, logica) e le arti del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) , considerati come studi in varie tappe per permettere all’uomo di raggiungere la forma più elevata di conoscenza, cioè la sapienza.

Boezio assegna una collocazione speciale alla logica o dialettica che non è solo un ramo della filosofia ma serve anche a verificare e confermare le conoscenze degli altri rami.

Si concentra sugli scritti logici di Aristotele e, oltre alle traduzioni degli scritti Aristotelici di logica (il cosiddetto Organon, che in greco significa strumento) componendo una serie di piccoli trattati che sarebbero poi stati utilizzati per un lungo periodo nelle scuole medievali, andando a formare i sette codici della logica vetus, l’insieme degli scritti che sarà utilizzato per insegnare la dialettica nelle scuole fino al XII secolo, e successivamente sarà affiancata alla logica nova.

Oltre che alle arti del trivio, Boezio porterà un contributo significativo anche alle arti del quadrivio, vale a dire a quelle discipline matematiche che permettono di condurre alla scoperta di quell’ordine di tipo matematico che contraddistingue il cosmo: l’aritmetica studia la moltitudine in sé, i numeri, la musica studia il rapporto tra i numeri, la geometria si occupa della grandezza immobila, le figure e l’astronomia delle grandezze in movimento gli astri. Boezio dedica a ognuna di queste discipline un apposito trattato.

Fra i molti temi affrontati da Boezio spicca, nell’ambito della musica, quello dell’armonia cosmica. Il De institutione musicae opera una distinzione tra i vari generi di musica, il più alto dei quali è quello caratteristico dell’universo: gli astri ruotando produrrebbero una musica generata secondo il modello degli accordi musicali, cioè secondo rapporti numerici.

Una filosofia che consola

Il periodo storico in cui Boezio ha vissuto coincide con la caduta dell’impero romano d’occidente.
Dopo una serie di guerre e di invasioni da parte dei popoli dell’Europa dell’Est, nel 476 il goto Odoacre conquista Roma e sottomette al suo influsso il senato romano.

A un certo punto della sua vita Boezio, dopo aver fatto parte dell’ambiente senatorio romano, viene accusato, forse ingiustamente, di aver partecipato a un complotto contro Odoacre e viene condannato a morte. In carcere, scoraggiato, si rivolge alla filosofia come strumento che gli permette di osservare il suo stato nel contesto di un ordine cosmico. La filosofia assume un valore terapeutico: osservare la propria condizione da un punto di vista più elevato permette di superare i momenti di scoramento. Inizia a comporre il suo manoscritto più celebre, La consolazione della filosofia, un dialogo tra lui e un personaggio femminile personificazione della filosofia.

Nonostante Boezio fosse cristiano, in questa opera non compaiono riferimenti alla rivelazione. Nel momento più critico della sua vita, condannato a una pena capitale, Boezio non si rivolge alla religione ma alla filosofia, che  gli compare in carcere con un abito finemente decorato ma strappato, a simboleggiare da una parte il suo valore (l’abito raffinato), dall’altra il fatto che ai tempi di Boezio la filosofia vive un momento di crisi (l’abito strappato). Filosofia inizia a scuoterlo dal suo stato di torpore, lo conforta insegnandogli dove cercare il vero bene.

Il primo libro della Consolatio contiene l’appassionata autodifesa di Boezio: sostiene di aver sempre agito per fini buoni  e non si spiega come sia possibile che chi agisce in buona fede possa andare incontro a destini drammatici mentre spesso ai malvagi sono riservate sorti migliori.

La sua vicenda personale parrebbe dimostrare che «chi coordina l’armonia delle cose» si interessa all’armonia del cosmo ma si disinteressa degli atti e delle vicende umane.

Dopo aver ascoltato il suo urlo di dolore Filosofia gli rimprovera di aver dimenticato la sua vera natura, la sua meta e la sua vera patria: il suo mondo non è quello soggetto alle incertezze della vita politica, ma quello dove tutto è retto da un solo ordinatore, al quale è impossibile opporsi.

Con l’inizio del secondo libro dunque, l’argomento scelto da Filosofia per consolare Boezio è la dottrina stoica del fato. Secondo gli stoici l’universo è governato da una ragione divina, il lògos, secondo un principio di necessità: l’universo ha inizio con una conflagrazione successivamente alla quale gli eventi si svolgono in un ordine logico e determinato, impossibile da mutare. Alla luce di questa dottrina l’unica libertà concessa all’uomo è quella di conformarsi al lògos divino accettando serenamente la propria sorte e uniformare la sua azione al volere di colui che regola ogni evento. E’ perciò assurdo pretendere di cambiare le cose.

In un mondo governato da un rigido determinismo, come lo descrive Filosofia, la vera felicità deve essere ricercata in sé stessi, anziché nei beni esteriori, instabili e illusori. Invece l’ignoranza impedisce agli uomini di innalzare lo sguardo, continuando a ricercare in terra quello che sta oltre il cielo stellato.

La nostra capacità di percepire le imperfezioni presuppone l’esistenza della perfezione, di un sommo bene che funge da termine di paragone.

Ora, la ricerca del sommo bene riporta al tema dell’ordine dell’universo. Se la teoria del trattato sulla musica permette di decifrare l’ordine dell’universo, spetta alla filosofia individuare le ragioni profonde di quest’ordine. Il sommo bene va identificato in chi «governa saldamente le cose e le ordina con dolcezza».

Per cancellare in Boezio ogni traccia di sconforto Filosofia riformula la dottrina stoica dell’ordine provvidenziale secondo la cosmologia platonica del Timeo: esiste un mondo ideale sovrasensibile dove sono presenti le idee eterne e immutabili, in particolare l’idea del bene. L’Artefice o Demiurgo, divinità di ordine intermedio tra il mondo delle idee e quello materiale modella la chòra, una materia primordiale e indefinita, secondo principi matematici e geometrici, dando forma al mondo materiale, che modellato sulle idee risulterà ordinato e intelligibile. Ne deriva l’invito a cercare il sommo bene nel creatore dell’universo, che è certamente buono in quanto ha dato origine a un mondo strutturato e intelligibile. L’intervento divino porta ordine in un mondo che altrimenti risulterebbe caotico e casuale; è Dio che impedisce alle tendenze disgregatrici di prevalere e tiene armoniosamente uniti gli elementi del cosmo, conservando tra di loro un equilibrio fondato su rapporti matematici.

Il male, l’ordine provvidenziale e la libertà dell’uomo

Una volta appurato che l’universo è governato da un supremo reggitore, viene spontaneo chiedersi se egli sia anche autore del male. La risposta di Boezio è negativa. Analogamente a quanto era stato sostenuto da Agostino, secondo Boezio il male è semplicemente assenza di essere, non ha alcuna sostanza.

Il tema viene ripreso nel quarto libro della Consolatio. Boezio muove un’obiezione a Filosofia facendole notare che, in un mondo retto da un sovrano sommamente buono, procede apparentemente impunito. Filosofia lo invita a valutare la cosa secondo la giusta prospettiva.

Per rendersi conto che i mali non procedono impuniti, Boezio deve innalzarsi a quella che Filosofia chiama la «dimora dei re». Da quell’altezza è possibile vedere che tutti gli uomini sono inclini a cercare affannosamente la felicità, ma una parte di loro non ha la capacità di raggiungerla.

Ora, sia che questa incapacità derivi da un errore di valutazione (scambiare il male per bene) sia che derivi da un cattivo uso del libero arbitrio (fare male intenzionalmente), osservandoli da un vertice elevato i malvagi sono paragonabili a cadaveri: per quanto le cose possano sembrare diverse, la loro è una condizione di assoluta impotenza poiché sono in grado di operare solo il male che è nulla.

Boezio, tuttavia, continua a essere poco convinto e non riesce a liberarsi dell’impressione che le cose al mondo «vadano in un modo diverso da come dovrebbero» se davvero tutto fosse ordinato per il meglio. In seguito a questa perplessità Filosofia ribadisce che ogni sorte ha un senso: vista dall’alto infatti l’intelligenza ordinatrice ha predisposto le cose in modo che tutto si svolga in maniera ordinata.

Il quinto e ultimo libro si apre proprio con la constatazione che in questo universo governato dalla provvidenza divina non rimane spazio per la casualità. Come insegna Aristotele, il termine “caso” non indica un evento privo di causa, bensì qualcosa che viene a determinarsi, per una convergenza di fattori, al di là delle intenzione dei soggetti coinvolti nell’azione.

Se però ogni evento è determinato da un insieme di cause il cui ordine deriva da Dio, cosa resta della libera volontà? Secondo Filosofia, qualunque essere razionale possiede il libero arbitrio, che nel caso dell’uomo consiste nell’uso della ragione allo scopo di svincolarsi dalla corporeità.

Ma come conciliare la possibilità del libero arbitrio con una visione provvidenzialistica secondo cui Dio conosce in anticipo lo svolgersi degli eventi? In realtà, il fatto che Dio conosca gli eventi “prima del tempo” non implica la loro necessità. Dio esiste al di là del tempo e può avere una conoscenza preventiva degli eventi la cui attuazione non è certa. Operando al di fuori del tempo egli vede contemporaneamente le cose passate, presenti e future e nella sua visione è inclusa la serie dei futuri contingenti, futuri la cui attuazione dipende dall’uomo. Dio vede questi futuri così come accadranno un giorno ma questi accadranno in base alla libera scelta dell’uomo.

Il tentativo di giustificare le sofferenze patite da un carcerato portano Boezio a interrogarsi sul problema del libero arbitrio in rapporto a una visione necessaria: se tutto è predeterminato, come la mia scelta può essere libera? La risposta di Boezio costituirà in seguito un punto di riferimento costante per tutti i pensatori che tenteranno di risolvere questo nodo concettuale.

 

 


Questo testo è una sintesi del capitolo su Boezio del testo Filosofia Cultura Cittadinanza. Dovrei virgolettare tutte le espressioni prese direttamente dal libro, ma nel testo comparirebbero troppe virgolette. L’autore del testo originale è Stefano Simonetta.

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