Tommaso: Le cinque prove dell’esistenza di Dio

magritte torre di pisa retta da un cucchiaio

 

Questo scritto è una breve analisi dell’articolo della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino nel quale Tommaso espone le cinque vie attraverso le quali è possibile, a suo avviso, dimostrare l’esistenza di Dio.

L’articolo analizzato è il numero tre 3 della quaestio 2

La quaestio

La quaestio è un genere letterario nato nel XIII secolo. E’ il risultato delle dispute con gli allievi che avvenivano nelle università, che il maestro metteva per iscritto e raccoglieva nelle summae. La Summa Theologiae di Tommaso è un esempio di summa.

All’interno delle summae le quaestiones sono suddivise in articoli che posseggono una struttura ricorrente.

Si parte da una tesi che sostiene il contrario di ciò che il maestro intende dimostrare, per poi elencare gli argomenti a favore della tesi e gli argomenti contrari. Segue la risposta del maestro e un’ultima sezione in cui il maestro spiega come ha risolto le difficoltà relative all’argomento.

Nell’articolo qui trattato l’enunciato iniziale è:

«Sembra che Dio non esista».

A seguito dell’enunciato di partenza Tommaso passa quindi ad elencare gli argomenti a favore.

1. Se di due contrari uno è infinito, l’altro si annulla.

Se Dio è bene infinito, cosa che viene data per assunta, il male non dovrebbe esistere, ma il male esiste, quindi Dio non esiste.

2. Ciò che può essere compiuto da un numero ristretto di cause non rende necessario che sia compiuto da un numero di cause superiore. Le cause naturali e la volontà umana sono cause sufficienti per spiegare l’esistenza delle cose, quindi non vi è nessuna necessità dell’esistenza di Dio.

Segue un argomento contrario alla tesi:

1. Nell’Antico Testamento, quando Mosè si trova di fronte a Dio e gli chiede di definire se stesso, Dio risponde: “Io sono colui che è” (Esodo 3,14).

Se Dio è ‘colui che è’ necessariamente esiste, dal momento che ciò che è esiste.

Segue poi la risposta di Tommaso

«Che Dio esiste può essere provato attraverso cinque vie».

La prima via è quella desunta dal moto. E’ anche detta prova ex motu, o prova cosmologica perché fa riferimento all’universo fisico.

E’ certo perché consta dai sensi che alcune cose si muovono o mutano.

Tutto ciò che si muove o muta è mosso o fatto mutare da altro. Facendo uso della teoria aristotelica della potenza e dell’atto, Tommaso sostiene che ciò che si muove possiede il movimento in potenza ma questa potenza può essere mutata in atto solo da un altro ente che si trovi già in atto. Ad esempio una pietra fredda in atto è calda in potenza ma può diventare calda in atto solo attraverso il fuoco che deve essere in atto per poter trasmettere il calore alla pietra. Non è possibile che sotto il medesimo aspetto una cosa si trovi sia in atto che in potenza. Quindi è impossibile che una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, ma è necessario che ciò che si muove sia mosso da altro.

Se qualcosa che muove si muove a sua volta, ciò significa che è mosso da una terza cosa e così via.

Ma la serie dei motori e dei mossi non può essere, secondo Tommaso, infinita.

Ma come dimostra che la serie dei motori non può essere infinita? Tommaso sostiene che se questa serie fosse infinita non ci sarebbe un primo motore che da inizio al movimento, quindi nulla si muoverebbe. Ma dal momento che in base all’evidenza dei sensi le cose si muovono è necessario che esista un primo motore. Questo primo motore corrisponde, secondo Tommaso, a ciò che comunemente chiamiamo Dio.

Questa prova si fonda sulla fisica aristotelica. La dottrina del motore immobile è illustrata da Aristotele nella Fisica per fornire una spiegazione al movimento. In Aristotele il motore immobile non si identifica con Dio, mentre si identifica con Dio nella concezione di Tommaso.

Se riteniamo valida l’argomentazione di Tommaso, siamo giunti attraverso la prima via a concludere che Dio è.

Riflessioni sulla prima via

Sulla prima prova, che Tommaso considera la più solida delle cinque (Tommaso la definiva prima et manifestior via), è possibile sollevare almeno un elemento di dubbio riguardo all’impossibilità di una serie di motori di estendersi all’infinito in quanto, almeno un punto di vista logico, le serie infinite sono concepibili.

Nel mondo medievale l’uomo tendeva a rifiutare il concetto di infinito. Il mondo era concepito nella sfera più rassicurante del finito, ma già nella filosofia precedente a Socrate, i paradossi sul moto di Zenone di Elea fanno uso del concetto di infinito, mentre in epoca moderna l’infinito ha iniziato ad essere considerato un numero con il quale è possibile fare delle operazioni.

Come risolvere questo dubbio? Si potrebbe provare a rifletterci attraverso le argomentazioni di Aristotele, secondo il quale l’infinito esiste solo in potenza e non può essere in atto.

Se ad esempio divido il numero dieci per tre, ottengo un numero periodico con una serie infinita di numeri dopo la virgola, ma non è possibile esplicitare completamente questa serie di numeri mettendoli per iscritto o facendoli calcolare da una macchina. Anche un ipotetico calcolatore estremamente potente avrebbe teoricamente bisogno di un’unità di memoria di dimensioni infinite per poter esplicitare la serie infinita. Resta il fatto che, almeno da un punto di vista logico, l’infinito è pensabile.

Seconda via

La seconda via è la via ex causa.

«La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente».

Nella realtà sensibile le cose sono comprese in un ordine di cause efficienti. Il padre è causa efficiente del figlio, lo scultore è causa efficiente della statua, ecc.

Non è possibile che una cosa sia causa efficiente di se stessa, perché allora esisterebbe prima di se stessa.

Le cose sono inserite in una catena causale all’interno della quale la prima causa è causa di quelle intermedie e le cause intermedie agiscono a catena fino alla causa dell’ultimo effetto. Se si muove una pietra con un bastone, la mano che muove il bastone sarà causa efficiente del movimento del bastone, e a sua volta il bastone sarà causa efficiente del movimento della pietra. Ma anche in questo caso, come nel caso della prova cosmologica, secondo Tommaso non è possibile che la serie di cause efficienti sia infinita, perché non esisterebbe una prima causa a causare tutte le altre. Quindi è necessario ammettere una prima causa, che secondo Tommaso corrisponde a ciò che chiamiamo Dio.

Riflessioni sulla seconda via

La seconda via per dimostrare l’esistenza di Dio è argomentata in maniera analoga alla prima via, cioè sull’impossibilità delle serie infinite. E? Quindi una via che fa uso dei concetti della fisica aristotelica.

Terza via

La terza via, detta via ex contingentia, riguarda il necessario e il contingente. Tutte le cose che osserviamo nella realtà sensibile sono contingenti: possono esistere o non esistere.

Secondo Tommaso se esistessero solo realtà contingenti, ci sarebbe un momento nel quale non esisterebbe nulla, ma dal nulla non può generarsi nulla. E’ necessario quindi che esista un ente necessario di per sé, non necessario in virtù di altro. Questo ente è ciò che comunemente chiamiamo Dio.

Riflessioni sulla terza via

L’argomento della terza via è stato criticato dal filosofo inglese Antony Kenny*. il quale sostiene che non necessariamente se tutte le cose sono contingenti esisterà un momento in cui non vi è nulla.

E’ anche possibile che qualcosa esista sempre. Questa critica indebolisce l’argomentazione di Tommaso, perché non essendoci un momento in cui non c’è nulla di contingente non si rende necessario concludere che esista un ente necessario di per sé.

*Antony Kenny è un filosofo e sacerdote cattolico che ha abbandonato il cattolicesimo dopo essersi convinto della falsità delle cinque prove di Tommaso. Uno dei suoi libri su Tommaso intitolato The five ways propone una analisi molto approfondita delle cinque vie.

Quarta via

La quarta via è detta via ex gradu perché concerne la gradazione. All’interno della realtà sensibile risulta evidente che le cose sono più o meno buone o più o meno degne.

E’ necessario quindi che esistano un bene assoluto e una perfezione assoluta delle quali le realtà sensibile partecipano per imitazione (mimesis). Le cose sono più o meno buone nella misura in cui partecipano del bene assoluto, più o meno perfette nella misura in cui partecipano della perfezione assoluta.

Riflessioni sulla quarta via

La quarta via si differenzia dalle prime tre vie almeno per due motivi.

Un primo motivo di differenza rispetto alle prime tre vie consta nel fatto che il concetto di Dio qui espresso è un concetto più pieno in quanto oltre a dimostrare che Dio è, gli si attribuiscono caratteri di assoluta bontà e perfezione.

Un secondo elemento che differenzia la quarta via è l’orientamento filosofico.

Nelle prime tre vie è ben visibile un orientamento aristotelico. Vengono utilizzati concetti provenienti dalla fisica aristotelica come l’impossibilità di una serie infinita e altri concetti aristotelici come potenza e atto, mentre nella quarta via è facilmente individuabile un orientamento platonico. Esiste un bene ideale, assoluto, che fa da modello agli enti della realtà fisica i quali partecipano del bene in misura diversa.

Questo orientamento è condiviso da vari filosofi neoplatonici. Si può pensare alla filosofia tardo antica, in particolare a Plotino e ai gradi dell’essere, o avvicinandosi all’epoca di Tommaso si può pensare alle prove a posteriori del Monologion di Anselmo d’Aosta, vissuto circa un secolo e mezzo prima di Tommaso, che dimostra l’esistenza di Dio a partire dagli effetti evidenti nel mondo sensibile. Attraverso i sensi percepiamo cose che mostrano differenti gradi di bontà, di perfezione e di essere. E’ necessario quindi, secondo Anselmo, che esistano un bene assoluto, una assoluta perfezione e un sommo ente che coincide con ciò che comunemente chiamiamo Dio.

E’ opportuno notare che definire Dio come essere sommamente buono può avere una doppia interpretazione. Qui Tommaso sostiene che il sommo ente sia sommamente buono, ma il fatto che sia buono non va confuso con la benevolenza di Dio nei confronti dell’uomo, argomento del tutto diverso del quale le cinque vie non trattano affatto. I termine buono va inteso nel senso che il sommo ente è in grado di dare origine a una realtà ordinata, geometricamente definita e intelligibile dall’uomo, quindi il sommo ente è buono, ad esempio, perché preserva la natura dal caos e permette all’uomo di orientarvisi e di comprenderla.

La quinta via

La quinta via è detta via ex ordine perché in questa via Tommaso argomenta facendo uso del concetto di ordine.

Esistono realtà sensibili non animate che sono caratterizzate dall’avere un proprio fine. Ma come possono queste realtà avere un fine senza essere animate? La spiegazione di Tommaso è che queste realtà devono necessariamente avere un ordinatore esterno, e questo ordinatore corrisponde a ciò che comunemente chiamiamo Dio.

Riflessioni sulla quinta via

Una possibile riflessione sulla quinta via riguarda il finalismo degli enti della realtà sensibile che Tommaso utilizza nelle premesse. E’ davvero necessario sostenere che la natura abbia un fine?

Se la natura non avesse un fine l’argomentazione di Tommaso non sarebbe valida.

Buona parte della filosofia contemporanea è orientata verso un cosmo non finalistico, e anche nella filosofia antica sono esistiti filosofi che negavano il finalismo.
Basti pensare alla concezione del cosmo di Eraclito (535-475 a.C.), secondo il quale il cosmo è ciclico soggetto a periodiche conflagrazioni, privo di finalità e di qualsiasi imputazione morale.

Ma rileggendo meglio il testo di Tommaso, sembra che egli non si riferisse al cosmo nel suo complesso:

Tommaso infatti scrive: «Vediamo infatti che alcuni enti privi di conoscenza operano per un fine. Il che risulta dal fatto che operano sempre o il più delle volte in modo da conseguire ciò che è meglio».

Sembra quindi che Tommaso non si riferisse al cosmo nel suo complesso, ma ad alcuni particolari enti che posseggono all’interno di sè una propria finalità pur senza essere coscienti.

Possiamo pensare al cuore che, pur non essendo cosciente, pulsa con la finalità di distribuire il sangue nei tessuti, oppure al movimento eliotropico delle foglie che, pur non essendo coscienti, si orientano verso il sole per ottimizzare la fotosintesi.  Quindi alcune cose (aliqua quae cognitione carent) hanno già in sè quella che in termini aristotelici è chiamata una entelechia, oppure qualle che in termini più moderni viene chiamata teleonomia.

Se enti come gli organi animali o vegetali operano in vista di uno scopo pur senza essere coscienti, allora sono preordinati o programmati per farlo, quindi si può risalire a un ordinatore che secondo Tommaso corrisponde a ciò che comunemente chiamiamo Dio.

Conclusioni

La tesi che Tommaso intende confutare è “sembra che dio non esista”, quindi a mio avviso le cinque vie vanno prese nel loro insieme come dimostrazioni della semplice esistenza di Dio, indipendentemente dal suo essere motore immobile, sommo bene o ordinatore. Al sembra che Dio non esista Tommaso risponde con la controtesi Dio esiste.
Tramite la ragione naturale, quella che parte dall’evidenza, non possiamo giungere a  una definizione di come Dio sia fatto, perché l’essenza di Dio non è evidente all’uomo, ma se si ritengono valide le ragioni di Tommaso si può arrivare a concludere che Dio esiste, e si può farlo per via filosofica, cioè argomentando razionalmente.