Universalis flatus vocis e flatus vocis universalis

Il dodicesimo secolo è il secolo delle scuole e dei maestri. La scuola esce dai monasteri e inizia a diffondersi nelle città, i maestri viaggiano alla ricerca di luoghi in cui insegnare e gli studenti viaggiano alla ricerca dei maestri. I maestri escono da scuole religiose, fino ad allora le uniche disponibili per chi intendesse farsi un’istruzione.

Abelardo ed Eliosa sopresi da Fulberto (Jean Vignaud, 1819)
Abelardo ed Eloisa sopresi da Fulberto (Jean Vignaud, 1819)

 

 

Tra questi maestri troviamo Pietro Abelardo, famoso soprattutto per la sua relazione clandestina con Eloisa. Indirizzato da giovane alla carriera militare, vi rinunciò per dedicarsi alla teologia.

Mantenne però almeno in parte un atteggiamento da soldato; si scontrò infatti con quella cultura monastica che sosteneva la non legittimità dell’indagine razionale sui temi della rivelazione, e si scontrò anche duramente con i suoi maestri di dialettica, dei quali denunciava l’arroganza.

Uno dei suoi scontri più famosi fu quello con Bernardo di Chiaravalle, un monaco cistercense. Bernardo, del quale ci parla anche Dante nel Paradiso, era contrario all’uso della ragione per dimostrare i dati di fede. La ricerca razionale, secondo Bernardo, era vana curiosità; il compito del cristiano era piuttosto quello di dedicarsi al recupero dell’amore per Dio. La sua posizione, prevalentemente affettiva, era inconciliabile con la posizione più razionalista di Abelardo. Quest’ultimo sosteneva che non bisogna credere ciò che non si comprende. In ogni caso, la fiducia di Abelardo nella ragione non era assoluta: secondo Abelardo la ricerca razionale deve limitarsi ad indagare i termini utilizzati nelle espressioni che riguardano la rivelazione. Sia nei termini della rivelazione che in quelli della filosofia greca egli vedeva «meravigliose metafore» tratte dalla realtà materiale. Indagando queste metafore non si giungerà a comprendere pienamente le verità di fede ma, per usare i temini di Abelardo, si potrà giungere a contemplare «l’ombra della verità».

Sul versante opposto alla cultura dei monasteri si trovavano i maestri di dialettica dell’epoca, maestri delle città, laddove si andavano sviluppavando le arti, i commerci e le corporazioni. Nascevano scuole legate alle cattedrali, in un ambiente cittadino decisamente più aperto alle innovazioni rispetto agli ambienti chiusi di monasteri ed abbazie. Similmente a quanto era accaduto nell’Atene classica, la convivenza all’interno delle città implicava la capacità di confrontarsi tramite l’argomentazione, ad esempio nelle discussioni giuridiche o politiche. Si sviluppano quindi la retorica e la dialettica, che in questo periodo assume una particolare rilevanza in quanto criterio per distinguere il vero dal falso. Si diffondono i maestri incaricati di educare i giovani alle arti, alle nuove forme di sapere che si andavano delineando e alla dialettica come strumento di conferma o smentita della verità delle affermazioni.

Posizione sociale e possibilità di sussistenza dei maestri dipendevano dal fatto di avere allievi, i quali erano liberi di scegliersi i propri insegnanti. A volte la volontà di prevalere o il bisogno di mettersi in mostra introducendo novità, faceva assumere ai maestri atteggiamenti arroganti. Ciò viene sottolineato sia da Abelardo che da Bernardo. Ci si sfidava in argomentazioni dialettiche e a volte le sfide scadevano assumendo la forma di sofismi: «Hai quello che non hai perduto, non hai perduto le corna, quindi hai le corna».

Tornando ad Abelardo, lo scontro più duro l’ebbe probabilmente con il suo maestro parigino Guglielmo di Champeaux.

La discussione verteva su un tema che era stato trattato secoli prima da Severino Boezio: il tema degli universali.

Un universale, nella definizione di Aristotele, è “ciò che si può predicare di più enti”. Ad esempio la parola uomo indica la specie uomo e si può predicare di più uomini:”Mario è un uomo”, “Giovanni è un uomo”. La parola animale si può predicare dell’uomo piuttosto che dell’ippopotamo.

Ma che cos’è realmente un universale? E’ semplicemente una parola o è qualcosa che appartiene alla realtà? «Vedo il cavallo ma non vedo la cavallinità» obiettava secoli prima Trasimaco in un dialogo di Platone.

Qual’è il modo di esistere dell’universale? L’universale esiste nella realtà? Esiste solo nella mente? E’ solo una convenzione linguistica?

Sul tema degli universali si svilupperanno nel medioevo almeno quattro diverse tesi, che si possono raggruppare in tesi realiste e tesi nominaliste. Le tesi realiste attribuiscono agli universali una realtà di fatto, mentre le tesi nominaliste attribuiscono agli universali una realtà unicamente come nomi o concetti.

A prima vista questa può sembrare una questione astratta, ma questa questione ha una rilevanza su vari piani oltre a quello metafisico, compresi i piani dell’etica e della politica. Secondo la tesi realista più estrema gli individui che rientrano sotto un universale non hanno ciascuno una propria essenza particolare ma ne possiedono soltanto una comune. Questo porta a conferire maggiore importanza a un insieme ordinato (il Comune, lo Stato, la Chiesa, le corporazioni…) o a una classe (signori, servi, mercanti, contadini…) che non alle sue componenti. La tesi opposta invece, quella di chi pensa che gli universali non esistano in sé, considera questi insiemi semplicemente come la somma dei loro componenti. Sul piano etico la conseguenza è evidente: nel caso di un Comune, o di uno Stato, che secondo la tesi realista ha un’esistenza propria, nel momento in cui si presenterà un bisogno da parte di un cittadino, sarà compito del Comune o dello Stato provvedere a questo bisogno. Se un cittadino commetterà una colpa, la responsabilità non sarà imputabile al cittadino ma sull’intera comunità.

Se secondo la tesi nominalista Stato e Comune non hanno una essenza vera e propria e, come sosteneva Aristotele, solo l’individuo è reale, si è portati a pensare che le responsabilità debbano ricadere solamente sui singoli individui.

Su questo terreno avvenne lo scontro tra Pietro Abelardo e il suo maestro Guglielmo di Champeaux.

Guglielmo è sostenitore della forma di realismo più radicale, attribuendo agli universali una realtà essenziale separata: l’Umanità, la Servitù o la Cavallinità, e tutti gli altri universali esistono come realtà separate, indipendenti dai singoli individui. Questa forma di realismo estremo interpreta gli universali come realtà ante rem, cioè indipendenti dalle cose.

Secondo questa tesi gli individui della stessa specie condividono la stessa essenza universale e differiscono tra loro solo per i caratteri accidentali: il nostro essere uomini è una realtà separata che condividiamo con la specie umana. Come individui ci differenziamo semplicemente per i nostri caratteri accidentali: si può essere più bassi, più alti, essere diversi per il colore della pelle, ma la nostra umanità non appartiene a noi come individui.

Abelardo attacca questa posizione sostenendo che se le cose stessero davvero così, l’individuo consisterebbe solo in un insieme di caratteri accidentali. Tolti i caratteri accidentali non rimarrebbe più nulla. Abelardo insiste poi con un altra obiezione: nel caso del genere, ad esempio il genere animale, potremmo trovare all’interno dello stesso genere caratteri accidentali contraddittori tra loro: l’animale “gatto” non è razionale, l’animale “uomo” è razionale, quindi all’interno dell’Animalità si troverebbe la ragione e il suo contrario, e questo viola uno dei principi fondamentali della logica che è il principio di non contraddizione.

In seguito agli attacchi di Abelardo, Guglielmo si muoverà verso una forma di realismo più moderata: il fondamento reale attribuito agli universali non è più costituito dall’essenza comune a tutti gli individui ma dalla non-differenziazione di un individuo rispetto a un altro della stessa specie (tesi dell’indifferenza).

Quindi il singolo uomo è diverso rispetto a un altro per i caratteri accidentali ma non differisce dagli altri in quanto essere uomo. Guglielmo rinuncia a interpretare gli universali come realtà dotate di un’esistenza saparata: secondo la teoria dell’indifferenza infatti generi e specie esistono unicamente all’interno delle singole cose sensibili. Questa forma più moderata di realismo considera gli universali come realtà in re, cioè interne alle cose.

Abelardo respinge anche questa tesi sfidando il maestro in una discussione pubblica. In questa discussione Abelardo, prevarrà dimostrando la propria abilità nell’utilizzo di quella che lui stesso chiamava «la spada della dialettica», portando dalla sua parte molti studenti che da quel momento smisero di seguire Guglielmo.

Secondo Abelardo l’origine di tutte le difficoltà a proposito degli universali consiste nel fatto che li si considera cose reali. Al contrario gli universali non rientrano nel dominio delle cose, ma in quello dei segni linguistici: le parole che usa nei suoi scritti sono “vox” e “nomen”. Ciò non significa però che Abelardo sposasse la tesi di uno dei maestri con cui aveva studiato, Roscellino di Compiègne, il quale sosteneva che gli universali fossero sono flatus vocis, semplicemente dei suoni della voce privi di ogni corrispettivo nella realtà, posizione che potremmo dire di nominalismo estremo.

Abelardo ritiene che gli universali siano termini dotati di significato. La loro funzione significativa però non risiede in un rapporto diretto tra il termine e la cosa significata. Ma rimanda a un concetto generale che si forma nella mente nel momento in cui le cose vengono indicate.

In altre parole, l’universale non è una res, un’essenza, ma rimanda a uno stesso stato in cui si trovano due o più enti e viene individuato dalla mente atraverso un processo di astrazione.

Questa forma moderata di nominalismo è anche detta quasi-realismo e considera gli universali come realtà post rem, cioè che vengono dopo le cose. E’ necessario percepire le cose per farsene un’idea astratta che individui il comune stato in cui si trovano due individui della stessa specie o due specie dello stesso genere al fine di formarsene un concetto generale.

Gli universali nel medioevo. Schema tratto dal volume Filosofia Cultura Cittadinanza
Gli universali nel medioevo. Schema tratto dal volume Filosofia Cultura Cittadinanza

Come riassume lo schema quindi, nel medioevo gli universali sono stati fatti oggetto di quattro tesi diverse: due forme di realismo e due forme di nominalismo. Nei due estremi si trovano il realismo che considera gli universali entità comuni e separate e il nominalismo che le ritiene flatus vocis.